Quando nel 1989/90 ai corsi di Teoretica di G. Vattimo, sentii parlare dei Maestri di Parigi (in quell'anno li approfondiva in un seminario, in tardo pomeriggio, dalle 18 alle 20) non adatto alle matricole, come me, ma per laureandi e dottorandi, ma qualche volta avevo assistito, non ci cacciava via!), il nome di M. Foucault fu quello che mi attrasse di più, associato ai titoli suggestivi dei suoi saggi. Di recente, ad una mia studentessa adulta che lavora in ambito carcerario, ho consigliato "Sorvegliare e punire", ma per il saggio sulla letteratura di R. Sironi ho letto "Utopie e Eterotipie"...
Tra i vari titoli... "Storia della follia nell'età classica" , "Le parole e le cose. Un'archeologia delle scienze umane", "Tecnologie del sé", "Storia della sessualità" in più volumi, "Malattia mentale e psicologia", "Il potere psichiatrico"...
"Sorvegliare e punire", invece che associato alla storia carceraria, mi veniva in mente insegnando a scuola, ripetendo ai miei studenti che non ero lì per "sorvegliare" che non copiassero, non si facessero del male... e se la sorveglianza non era stata abbastanza rigida, lo sguardo non troppo duro.. per "punire" sia con sanzioni disciplinari che con bassi voti...ma ero lì... per insegnare (imprimere segni nella mente, non note sul registro ai tempi ancora cartaceo), se vogliamo... per educare, non nel senso moralistico, ma nel senso latino e-ducere, condurre fuori, non un sapere nozionistico che non possono avere senza lo studio, bensì proprio le loro idee personali, creative già solo perché idee loro, al di là del fatto che poi qualcuno riesca ad esprimerle con un'arte... come i miei primi studenti del Liceo Artistico ben sapevano fare. Insomma la maieutica socratica, con cui oltre a spiegare si potesse poi far nascere un pensiero nuovo da quelle spiegazioni...
Ecco, non è bello che "sorvegliare e punire" mi sembrasse la mansione che avrei dovuto svolgere e che proprio mi ripugnava, sentendomi io, per prima, in un carcere, con orari, regole, protocolli, programmi per classi parallele, dove io non riuscivo neanche a mettermi in parallelo con me stessa avendo due classi mie (due terze, due quinte per esempio), perché anche nel caso fossero state dello stesso indirizzo, erano due classi distinte, con persone molto diverse e anche consigli di classe diverse... Il carcere mentale è per me ovunque mi facciano vedere l'insieme, mentre io vedo gli individui dentro l'insieme.
Sono stata molto ligia al dovere e per nulla una contestatrice... credo proprio perché non era la singola disposizione a suscitarmi la contestazione... ma il sentirmi in un carcere, che operava secondo un'altra logica dalla mia, quindi per non sbagliare potevo solo obbedire... ciecamente, perché se ci pensavo, non facevo meglio, dentro il sistema non potevo portare miglioramenti, solo fare danni se insegnavo in un modo più personale, proponendo altri autori... che nella classe parallela non venivano proposti o non in quel modo.
Come nelle relazioni personali: alcune sono delle carceri e per uscire o finisci di scontare la pena... (la morte si sconta vivendo ... scriveva Ungaretti...) o cerchi di evadere!
Non mi ha ben insegnato mia madre maestra l'insiemistica alle elementari, non l'ho ripresa alle Medie?
Ecco tutte le categorie e le sottocategorie (dal Corpo Docenti, classe insegnanti, Collegio Docenti, al Consiglio di Classe, alla Classe, ) certo le ho rispettate tutte, ma sempre vedendo gli elementi dentro, non il cerchio o l'ellisse di contenimento di questi individui...pur ben visibile alla fine per me era irrilevante o fastidioso alla vista!
Nei miei primi due anni di studi torinesi, avevo un grande sospetto (proprio mentre studiavo con Vattimo i "maestri del sospetto", per i filosofi e le correnti di pensiero che mi sembravano... così naturalmente le mie che ne fuggii, ritornando al mio primo sogno pisano, la Scuola Normale di Pisa, ...lì studiai un Filosofo che già dal Liceo sembrava ostico per la sua prosa, ma che il nostro insegnante, poi professore ordinario a Roma, ci propose di leggere direttamente!
Diventai una vichiana, con studi filologici, collaborando con il Centro Studi vichiani di Napoli, oltre che di storia della filosofia e di storia delle storie della filosofia in latino!
Il mio filosofo... quello su cui avrei dovuto laurearmi a Torino con G. Vattimo, sarebbe stato M. Foucault.
Di Vattimo, con la sua ironia, maestro di un "pensiero debole" che per me era l'unico forte, non divenni mai allieva in tesi, solo due esami di teoretica... cercai un pensiero "altro" dal mio, studiai filosofia moderna, Cartesio, Spinoza, Bruno, Campanella, Pascal, Vico, Gravina... con R. Bodei, P. Cristofolini.
Torno ora a M. Foucault "Le parole e le cose" . Ora lo leggerò, però, vichiana-mente: per Vico, (citato da un altro maestro Derrida anche nella Grammatologia), c'è un vocabolario mentale comune a tutte le nazioni, idee, parole e cose si corrispondono, in questa ulteriore corrispondenza mentale, da cui non si sottrae nessuna nazione (popolo), anche nella fase della barbarie eroica, anche prima, nella fase primitiva, senza che poi tutte le nazioni ( nazione come "nascimento" come nascita e non con un'interpretazione romantica risorgimentale, meno che mai strumentalizzabile da nazionalismi, anzi il vero antidoto!).
Ecco leggerò Foucault... vichiana-mente, e simbolicamente proverò a scrivere quella tesi di laurea mai discussa a Torino, con G. Vattimo come primo relatore...
Nei miei sogni... mi mancano dieci esami, eppure sono insegnante di ruolo!
Non è assurdo: i miei studi universitari ebbero questa cesura nel 1991. La parte teoretica maturò a Torino con Vattimo e i ricercatori di allora, i seminari in cui la lettura dei classici e la nostra rielaborazione scritta ed orale erano immediate, fin dal primo anno... in effetti ne frequentai solo due... ma la mole di letture (da Kant a Hegel, da Fichte a Shelling... Heidegger e Derrida) teoretiche su quella determinante.
Vico arrivò dopo, ma permeò così tanto i miei anni pisani da diventare poi e da essere ora la lente attraverso cui leggo tutto, anche la letteratura.
Come diceva Bacone bisogna passare in rassegna i propri "idola" (idola fori, specus, theatri), dopo essersi immersi ... riemergere in un certo senso nuovi, eppure con tutte quelle esperienze, che però saranno le "nostre" e non più di chi ce le ha proposte e a volte, come capita in ambito familiare... imposte!
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