Riflettendo sul presente, a livello mondiale, non solo locale e nazionale, ci si può chiedere se è stato giusto bandire le utopie politiche e rappresentare a livello letterario, cinematografico, teatrale piuttosto le distopie, per scongiurare l'avvento degli eventi descritti.
Dalla Repubblica di Platone a Utopia di Tommaso Moro, dalla Città del Sole di Campanella alla Nuova Atlantide di Bacone, siamo passati a classici di distopie come 1984 di Orwell, per citare un classico! I filosofi utopisti come Fourier vennero criticati dall'economista hegeliano Marx.
Eppure non è necessaria, non dico utile, ma proprio necessaria, una visione utopistica, un'idea regolativa per la Ragione, come indicava I. Kant (Critica della Ragion Pura e Critica della Ragion Pratica)?
Un'utopia del tutto terrena, non un paradiso terrestre perduto o un Paradiso celeste, un'utopia conquistata dall'umanità, da un popolo, non donato da un Legislatore, dio, Profeta, Filosofo.
Davvero è così difficile seguire quei principi di Legge Naturale che per i Giusnaturalisti del XVII secolo erano base di ogni diritto positivo?
Perché per affermare il Contrattualismo, dobbiamo ipotizzarlo come atto fondante, quando non poteva esserci nei tempi antichi preistorici una tale consapevolezza?
L'ontologia sociale, indirizzo della filosofia contemporanea, si occupa anche di queste categorie, di contratto e di utopia.
Perché gli essenziali principi del Bene devono essere Utopia, oppure Contratto fondante, non possono essere realtà, con cinquemila anni di storia dell'umanità alle spalle?
Non è banale che saremmo tutti più felici se le persone tutte fossero per lo meno serene, non sopraffatte o non tormentate dall'ansia di sopraffare altri per non essere tra i "sommersiù2 di domani?
Da leggere: Saggio sull'ineguaglianza di J. J. Rousseau. Molto breve, ma sempre illuminante e attuale.
Dovremmo tornare al secolo dei Lumi, quando si credeva alla luce della Ragione, i philosophes erano parte attiva della società e del suo cambiamento. L'Enciclopedia delle arti, delle scienze, delle tecniche e dei mestieri eliminava la gerarchia tra le arti liberali e le arti meccaniche, pratiche, ma certo non si sarebbero augurati i Philosophes un'era tecnologica alla luce dell'Economia non tanto come scienza "regionale" tra le altre, ma al posto che occupò fino alla prima metà del XX secolo la Filosofia, ancora con Husserl.
Se prima la Filosofia dava un metodo, studiava l'epistemologia delle varie scienze regionali, i fini e i mezzi, ora è l'Economia ha dettare gli obiettivi, dire "economico" o anche "antieconomico" è come un tempo dire giusto o sbagliato, utile, inutile, dannoso, vero o falso, buono o cattivo, bello o brutto.
Se la Metafisica (vero o falso), l'Ontologia ( Essere e non Essere, divenire), l'Etica (Buono, Malvagio, utile, dannoso ), l'Estetica (Bello, brutto) ci sembrarono tanto dogmatiche, violente da doverle abbandonare, l'Economia può sostituire tali scienze e dare giudizi di valore al posto delle precedenti discipline?
Ci si può regolare nella vita sempre con i parametri prezzo- qualità, tempo per ottenere un determinato risultato, efficienza?
Economia: da oikos, in greco significa casa, la scienza di come ben amministrare una casa, ora globale, il pianeta.
Davvero ci sentiamo a casa in questo pianeta, in questa Europa, noi Europei, nella nostra nazione, regione, città, o paese, addirittura ci sentiamo a casa ... a casa nostra o sono altri a dirci cosa fare, cosa comprare, perché studiare o andare a cercare un lavoro...
Sono domande forse senza risposta, oppure domande retoriche che ne hanno già una ben precisa.
Nessun commento:
Posta un commento