Credo che una delle più belle poesie d'amore sia la poesia che una donna, Saffo(VII- VI a. C), scrisse per un'altra donna e tale la potenza che Catullo (I a. C.) praticamente la tradusse in latino: la passione d'amore, il turbamento e la confusione di sé nell'altro non hanno "genere": che sia un uomo o una donna ad esprimerla per un'altra donna la potenza è la stessa!
Saffo e Catullo e tutti i poeti che hanno insistito sulla felicità, ma anche sulla sofferenza per un amore non corrisposto o contrastato dalla sorte... un amore non spiritualizzato o angelicato, un amore senza lieto fine, come invece la ricorrenza di domani... impone di desiderare, di avere, di augurarsi.
Lo scrittore delle Langhe albesi B. Fenoglio, ormai tradotto in tutte le lingue, diceva che la felicità non fa romanzo... lui uno scrittore di prosa... ma credo che non faccia neppure poesia... Anche l'amore per Beatrice era un amore non vissuto, non infelice perché talmente spiritualizzato da farne un angelo... ma erano... altri tempi, la mentalità religiosa era più forte anche del genio di Dante, gli diede una direzione in amore, mentre non piegò il politico, che non esistava a condannare e a destinare all'Inferno anche i papi, a salvare chi la Chiesa aveva condannato, come Manfredi!
I versi di Saffo e di Catullo... a tutti gli innamorati, di tutte le età....
"A me pare uguale agli dei/chi a te vicino così dolce/suono ascolta mentre tu parli// e ridi amorosamente. Subito a me /il cuore si agita nel petto/solo che appena di veda, e la voce/si perde sulla lingua inerte./Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle, /e ho buio negli occhi e il rombo/del sangue alle orecchie//. E tutta in sudore e tremante/come erba patits scoloro:/ e morte non pare lontana/ a me rapita di mente. " (Saffo, Liriche e frammenti, tr. S. Quasimodo e E. Savino, Feltrinelli
Ille mi par deo esse videtur,
ille, si fas, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, axpexi, nihil est super mi
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lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinnant aures gemina, teguntur
lumina nocte.
otium, Catulle, tibi molestum est:
otio exsultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdit urbes.
(Catullo, Carmina, 51)
Ugiale a un dio mi pare o superiore
alla divinità perfino, se è ammesso,
chi ti siede di fronte e di continuo
ti guarda e sente
che ridi dolcemente, mentre a me
vien meno la ragione; infatti, appena,
Lesbia, ti vedo niente mi rimane
......
ma la lingua si lega, una sottile
fiamma percorre il corpo, un falso suono
rimboma nelle orecchie, gli occhi notte
duplice copre.
L'ozio per te, Catullo, non è buono;
nell'ozio smani e ti scalmani; l'ozio
già ha mandato in rovina re e fortune
di città intere.
Tr. Nicola Gardini, Feltrinelli
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