Prima di presentare i miei ospiti, vorrei riflettere non sull'idea di ospitalità, sacra per i popoli, ma sui concetti di spazio e di distanza che entrano in gioco nell'ospitalità.
Chiunque sia il nostro ospite, sperimenteremo una distanza che è fatta di dislocazioni spaziali e anche temporali: ci saranno spazi per l'ospite che non saranno più i nostri spazi e spazi che sentiremo più nostri di prima, perché nel preservare la riservatezza altrui, capiamo meglio anche la nostra!
Chiediamoci quali stanze concediamo, quali ripiani, quali poltrone... nell'assegnare agli altri, come un privilegio, forse prendiamo per noi qualcosa, che prima non ci curavamo di proteggere, di riservare al nostro esclusivo uso.
Pensare ad un ospite è anche pensare che siamo anche noi ospiti, che lo siamo stati o lo saremo, che ci fa piacere essere attesi da qualcuno, accolti, risparmiati da certe pratiche quotidiane, privilegiati per un po'...
Attendere un ospite è prepararsi a cedere spazi domestici per entrare nello spazio ben più grande della vita altrui, di chi ci farà visitare di sé quanto riterrà giusto.
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