sabato 29 febbraio 2020

Il ballo dell'uva



Il Ballo dell'uva 



La dolcezza deve essere spremuta
sotto i piedi
sanguina per diventare vino
per diventare
dignità.

I raspi devono essere allontanati
rotolano come perle
gli acini dei pensieri
le emozioni sono arrossite:
quando i raspi rosseggiano
l’uva è matura
il volto cambia colore
l’amore è maturo

Il ballo dell’uva
finisce con il vino
il ballo di un amore
non finisce in un letto
(lo credono gli idioti)
il ballo di un amore
inizia con uno sguardo
e continua
sempre sotto con lo stesso sguardo.












La nebbia nell’anima

febbraio1932

I
La nebbia


Chi non ha vissuto sulle colline e tra le dolci valli, aperte tra un crinale e l’altro, non può sapere cos’è la lattiginosa coltre, che sembra proteggere, a volte soffocare. Con la testa fuori da un mare paludoso, si intravedono le isole madreperlacee delle alture, come per un naufrago, sembrano un miraggio di salvezza.
Non è la nebbia delle pianure, lenta, pesante, come la scia di una lumaca, che invischia al terreno: questa non sottrae ai contadini del Monferrato la voglia di uscire a zappare, di potare a gennaio e a febbraio, ogni mattino, riprendono coraggio e vanno. Iniziano a vedere, poco per volta, la realtà, il campo umido, a sentire accanto il fiato del bue, che pare aggiungere foschia alla nebbia, aiuta solleva, fa compagnia.  (...)



Florinda, invece, è uscita di nascosto, la nebbia protegge il suo segreto amore, corre avanti, precede gli uomini, va a cercare il suo amore. Non ha bisogno di pali segnati, sembra un levriero, segugio di piste. Lo vuole raggiungere prima che il sole dissolva quella copertura, meraviglioso nascondiglio voluto dagli dei per confondersi agli umani e lasciare che si amino. Per lei sola la nebbia è un’amica da trattenere il più a lungo possibile, il tempo di un incontro rapido, rubato ai raggi implacabili del sole o a uomini che, al lavoro, andranno a zappare proprio vicino al loro casotto di mattoni, un po’ cadente, con le nicchie in cui nascondere qualche bottiglia di vino e un po’ di pane.
Appena ci stanno sdraiati, si sentono al sicuro come a casa, lo spazio basta. Un fico, ancora spoglio, ombreggia ugualmente e copre. D’estate Florinda e Armando, sazi di baci, mangiano pesche e fichi maturi, devono semplicemente sporgere il braccio fuori.
La nebbia sparisce solo in piena estate, ma a settembre eccola già lì, a ritmare il passo dei contadini, ad abituarli alla vista della vita, che è tutta lavoro, la possono sopportare poco per volta, ma è anche la complice dei due amanti e per questo si sente buona, non maledetta.
Anche la nebbia tra le colline del Monferrato è un essere vivo, da non offendere, da respirare, non è una nemica, se non vuoi andare oltre, a tutti i costi, come nella vita, se accetti gli ostacoli, acconsenti ad essere fermato e questo non è sempre un male.

Quando Florinda si avvicina al casotto dei loro incontri, come un’immagine che affiori da uno stagno, per una corrente che la spinge in superficie, tra la nebbia, appaiono ad Armando prima i neri capelli lunghi, ricciuti, legati con forcine e nastri, che lui subito slega. A bucare la nebbia, poi, gli occhi di un azzurro intenso, come se qualche altro elemento affiorasse dall’acquitrino, si ricomponesse in un volto, forse solo sognato. Le labbra, rosse, sottili, strette per la fatica della corsa, per la paura di non trovare l’amato, sono chiuse su un segreto, che neppure la nebbia può conservare. Alla fine eccola tutta: il grande corpo, sembra di una statua, sfuggita ad un piedistallo crollato tra le braccia di lui, senza più fiato, ma con un sorriso negli occhi, che vuole dire che tutta quella corsa, quella nebbia mangiata e sputata con il proprio fiato, vale la pena.
Armando la riceve così, spera la nebbia duri fino alla fine di aprile e riprenda presto a settembre. Il peggio è l’estate- senza protezione- e l’inverno, carico di neve per imprudenti impronte tra filari, che non si devono percorrere, non si può andarvi a lavorare e non c’è motivo di vagabondare.
La stagione della nebbia in collina, da settembre a dicembre, da febbraio ad aprile, quando sono era fortunati, è il momento del loro amore.
Anche per lui quel comparire a poco a poco di Florinda è, come per i contadini, il disegnarsi a poco a poco la giornata di lavoro: solo che lì è la bellezza a dover rendersi sopportabile, non la giornata di fatica. Amare Florinda è proprio così: abituarsi a vederla poco per volta, accoglierla e ammirarla non tutta insieme, ma nell’affiorare fiducioso di quell’amore che sarebbe arrivato, ma che bisogna attendere.
La nebbia ha un profumo: non è assenza di odore, ma effluvio di tutto ciò che è attorno, bagnato da una fastidiosa rugiada. Florinda e Armando nella nebbia si amano ed estraggono l’essenza, l’uno dal profumo dell’altro, lo sentono addosso per tutto il giorno.
Armando, invece, è la nebbia stessa per Florinda, nell’anima di lei, che arriva trafelata, è qualcosa di incontrollabile, dentro e fuori, che nasconde i pericoli ed è pericolo lui stesso, che si specchia nel diffuso azzurro negli occhi di lei, che già fa vacillare la ragione, è il panico, il dio Pan dei boschi, il Tutto, senza di lui, il Niente.
La sensazione che dà la nebbia ad attraversarla in quei versanti di collina, è la sensazione che provoca Armando in Florinda: lei non sa mai se ne è più libera la cima della collina o la valle, se tra le sue braccia o subito dopo.
Si amano nella nebbia, a volte temono che i loro sentimenti svaniscano al sole e non si vedano più, un sollievo forse, come per la nebbia. Eppure il loro amore a volte ritorna, a banchi, improvviso, impenetrabile, come la nebbia in certi fondali di valli: non sospetti che ci sia e rischi il peggio, lo scontro contro qualche albero o di capovolgere il carro ad una curva non vista, per rovesciarti nel fossato.
Altre volte, come la nebbia leggera, che vedi scendere sempre più giù dal primo pomeriggio, scende nei loro cuori la nostalgia della passione o anche la nostalgia di uno sguardo libero da sentimenti.
Florinda è, come si dice in paese, una ragazza da marito, ma con poca dote, Armando, invece, è ricco, senza voglia di lavorare: può, però, avere ricche ragazze con dote e la bellezza da giovani serve o dalla stessa Florinda, umilmente maritata.
Con la nebbia, quella fuori, non sai cosa può capitare: forse ne hai troppa paura, oppure, abituato, la sfidi e la sottovaluti … Con la nebbia nell’anima, quando ti assale a banchi, non conosci neppure più tu cosa voleva il tuo cuore il giorno prima o cosa vorrà il giorno dopo, ti affidi allo spazio, che sembra libero dal quella fuliggine biancastra e ti pare la salvezza, la verità, la libertà.
Quando la nebbia dentro ha gli stessi movimenti della nebbia fuori, a banchi o, diffusa e costante, ma sopportabile, vivi una vita a singhiozzi.
Così Florinda toglie dai capelli quelle goccioline, che ad un occhio inesperto sembrano rugiada mattutina, ma non ingannano né i suoi genitori, né le sorelle, silenziose, senza una parola sulle sue fughe, che segretamente invidiano, certo non rimproveravano.
Forse, per tutte, Armando vale la pena, la pena anche del disonore.


soste filosofiche controllo gomme sulla strada del pensiero

Controllo gomme sulla strada del pensiero. 
Preparativi per la partenza

Su questa pagina scriverò  come se fossero appunti a margine dei testi degli autori che leggo, ri-leggo, senza ordine, spinta dal ricordo di averli già letti e studiati, dalla curiosità, dal rammarico di non averlo fatto prima.
Come per le Soste poetiche, mi voglio sentire libera di pensare, di scrivere, di non sapere, non devo né superare l'esame, discutere la tesi o spiegare agli studenti, esporre in conferenza, come ho fatto in passato.
A volte tornerò dalle lezioni dei mie piccoli insegnanti, i bambini, che pensano e io trascrivo i loro commenti, le domande, le interpretazioni dopo aver letto le frasi di filosofi famosi….(La filosofia insegnata dai bambini), oppure proprio scrivendo una Sosta poetica, mi verrà voglia di partire, di sentire loro cosa ne pensano.
C'è una sosta sempre per un motivo, per fare rifornimento, per pranzo o cena, per un guasto, per aspettate un amico, per controllare… la cartina  del Touring dopo aver litigato con il navigatore satellitare, non posso cambiare direzione! Inutile che tu me lo ripeta nella mia vita non posso tornare indietro, posso solo andare avanti!
Se non era la mia direzione, pazienza, indietro mai!

Ecco che ci vuole, nella vita, non solo una sosta poetica, ma anche una sosta filosofica.
Che siano dialoghi e interviste  immaginari con filosofi, pensieri in libertà come aquiloni sfuggiti dalla mano, recensioni, citazioni con commento, finalmente scriverò cosa penso del Bene e del Male, della Bellezza, della Metafisica ( ancora Dio, anima o altro può essere la Metafisica? Credo di sì.), del Giusto, del Vero…. cos'è il Tempo e chi ha il tempo, ha senso interrogarci sul Tempo?
Se scrivo Soste Filosoficheinterrogarmi sul Tempo è essenziale… pensatemi ad un Autogrill, i miei figli mi chiedono… quanto Tempo manca, quanto Tempo abbiamo viaggiato? Quanto Tempo fa è successo questo o quello?  Quanto Tempo ci fermiamo qui?
Ecco nelle Soste il Tempo è essenziale, ma non potevo pormi il problema nelle Soste poetiche, la poesia è eterna, si scrive per l'eternità non per presunzione, ma perché altrimenti la stessa cosa l'avresti detta a voce, scritta in prosa… l'emozione è così effimera che non può durare, può solo diventare eterna. Come il punto è inesteso, la poesia è un punto, "non ha parte" non importa che la singola poesia sia composta da versi, ho un'idea differente del singolo componimento poetico che scrivo, è un punto, a-dimensionale e aggiungiamo qui, a-temporale.
Quindi non in Soste poetiche mi sarei interrogata sul Tempo, ma in queste Soste filosofiche mi interrogherò non sul Tempo dei Teologi, dei Metafisi, dei Filosofi Morali, ma certo del Tempo in Letteratura, meno che in Poesia, perché ho già detto ciò che penso ...
Il tempo letterario esistenziale…. il mio Tempo, il Tempo secondo me, non secondo Proust, Bergson, Svevo...quello lo sapete già, se vogliono gli studenti cercano in internet le scorciatoie.
Non farò certo, male, il verso, a manuali scolastici, riviste specialistiche o divulgative, Dizionari etc..

Per questo mi prenderò... del Tempo, non leggerò più nulla, ma mi aiuteranno i bambini!

Non bisogna scambiare questa introduzione per una Sosta Filosofica: per avere una sosta, bisogna essere partiti, da un po'.

Non sono ancora partita!
Cosa? Filosofia al Liceo, all'Università, dottorato e post-dottorato?
Odio i pensieri scontati, il termine "divulgativo", "acculturare"!
Non voglio essere divulgativa, ma neanche specialistica, non ho la presunzione di "acculturare", ma di far nascere almeno l'aspirazione ad essere colti e soprattutto per merito proprio e non di altri… se non in partenza… eppure anche partire male potrebbe essere tragico, partire male non è partire con un errore (che sia il proprio errore), ma è partire con ciò che è corretto, ma per gli altri! Solo per gli altri.

Non posso semplicemente citare Cartesio… "Penso, dunque sono!"  Non vorrei aggiungere… "sono un'idiota"!
Non mi  basta questa autocoscienza, azzerando tutto, dubitando di tutto con il dubbio metodico, per partire innocente, ingenua!

Non sconfesso nulla, ho studiato molto, gli studi filosofici hanno occupato, appassionandomi, una parte della mia vita, non posso fingere di non aver visto, sono stata testimone!

Non posso dire di non aver ascoltato, di aver scritto e insegnato!
Ora non ha più importanza. Non ha più quell'importanza.

Non sono innocente, ma posso imparare a cambiare da sola ruota della mia auto! Anche se sono una donna!

Cerco l'aiuto dei bambini, dei miei figli alle scuole elementari  e dei loro compagni. Fino alle medie mi possono aiutare, poi non so…
Nulla a che fare con la Filosofia spiegata ai bambini, per gioco o altro!
Il gioco poi è la cosa più seria del mondo e lo sanno proprio i bambini.
Nessuna didattica a parte la curiosità mia e loro, l'umiltà, mai la rassegnazione di fronte alla difficoltà, alla nostra piccolezza rispetto alla grandezza degli Autori di cui leggiamo e commentiamo le citazioni!
La filosofia sarà spiegata dai bambini, anche se io scelgo le domande, i filosofi, i periodi e i temi.
Ma credo solo all'inizio, poi saranno le loro risposte a guidarmi e le loro domande,
Scriverò qui le mie soste… certo ma devo partire, prima di fermarmi.

Questo viaggio è iniziato più tardi di quello poetico: ho iniziato prima a scrivere poesie che ad interessarmi alla Filosofia. Quindi sono partita dopo.

La mia prima Sosta filosofica non lo ancora fatta…. questo è stato solo … un controllo gomme| sulla strada del Pensiero.

Anime del vino


Il vino… si spoglia nella botte
come una donna per il suo uomo
l’anima è il retrogusto
un sorso
l’anima è ricordare di aver bevuto
di aver amato
il resto è corpo.
Dove sei?

Non riesco a vedere
altro che i miei pensieri
nebbia dentro e fuori”

Ascolta la mia musica
ti libererò da loro
come il pifferaio magico
senza castigarti
di non aver pagato il prezzo

Me li racconterai tutti
non ti faranno più del male”

martedì 18 febbraio 2020

Riflessioni da una cattedra vuota



Da una cattedra vuota

Li vedi mentre tu brancoli
a cercare la spiegazione di un verso
di Dante, li vedi mentre scivolano le parole
e nulla li turba, niente fanno proprio

Mai attenti a qualcosa di estraneo
questa è la loro diligenza
essere protetti dalla loro stessa noia

Estratti di romanzi ancora inediti

L'uomo della palude
Parte prima 
L'ultimo canneto
I

Il fiume Toce sembrava addormentarsi, lasciarsi abbracciare dal verde e dal colore ocra della vegetazione acquatica, quasi una sopraggiunta pigrizia gli impedisse di scorrere veloce verso la sua fine, il lago.
Anche io mi sentivo invaso da pensieri e ricordi, che forse abbellivano una sponda della mia coscienza e della mia memoria, ma non mi permettevano di vedere oltre. Percepivo un ostacolo, una resistenza di materiale consistenza. Il mondo esiste fuori, ma anche dentro, come irriducibile a noi e alle nostre manipolazioni. Gli altri hanno agito: non capiamo perché, ma lo hanno fatto ugualmente. Potevo credere innocente il mio indagato, eppure lo avevano arrestato! Ero costretto a vederlo in prigione.
La realtà e i pensieri altrui non sono plastici: ci stavo sbattendo contro, mi facevano male, mi ferivano, io stesso non rimbalzavo, ma cadevo a terra, stupito come un bambino ai primi passi e avevo già più di cinquant’anni! Anche chi non mi riconosceva subito come un ispettore di polizia doveva rassegnarsi ai miei interrogatori, allo stesso modo ero costretto ad accettare le prove, i risultati della scientifica, il riscontro negativo dell’alibi di colui che avevo continuavo a ritenere innocente. Avevo dovuto guardare il cadavere della vittima e non la descrizione che mi veniva fatta di una donna viva, di Marta.
Come il Toce, indugiavo a gettarmi nel lago dei miei acquosi pensieri, mi lasciavo fermare dai canneti delle mie ipotesi, per non scorrere alla conclusione per me inaccettabile. Il giorno precedente ero rimasto affascinato da quello scorcio di paesaggio e con disappunto non avevo potuto ammirarlo: era pieno pomeriggio, il traffico mi avrebbe distratto, non sapevo dove parcheggiare.
Avevo deciso così di attendere l’alba attraverso la riserva naturale, intravedendo la sponda opposta del lago in una mattina di settembre, appena ventilata: da quel punto le acque sembravano uno sfondo, oltre i canneti, i salici, le felci.
Non m’intendevo di botanica, ma il lago me ne avrebbe fatto nascere la passione, avrei amato il popolo di uccelli migranti che sostavano nella riserva, anche io migrante, come loro, volevo riprendere le forze e ripartire per un lungo viaggio.
Avrei riconosciuto l’airone cinerino e cercato di fermarne il volo con le mie foto al cellulare.
Meno mi avrebbero attirato i numerosi insetti, che anzi temevo più delle predatrici volpi, faine e donnole. Avrei anche baciato una rana verde o un tritone crestato nella speranza di stringere tra le braccia una principessa che non fuggisse di fronte alle mie malinconie!


Ero sicuro di voler iniziare a guardare fuori di me, a concentrarmi sulle cose, sui luoghi, sulle persone vive, sugli animali; purtroppo dovevo tornare a guardare i corpi delle vittime, gli occhi dei colpevoli, ma non avevo certo pensato di farlo così presto come invece accadde.

Ecco un altro urto con la realtà che divergeva dalle mie intenzioni, dai propositi di una vacanza rilassante. Avrei dovuto lasciarmi guidare dagli avvenimenti io che mi aggrappavo alla formula fissa, “atteniamoci ai fatti”! Non ero mai riuscito a pronunciarla come i miei colleghi, senza soppesare le parole, per convincermene, per mettere fine alle divagazioni, ad alibi mal costruiti, a reticenti racconti, divagazioni usate come espediente per non rispondere.
Ero molto più interessato alle mezze verità, la faccia nascosta della luna, che alla luce delle prove oggettive a cui dovevo attenermi: così mi soggiogava la vista del fiume e del lago, quando si confondeva coperto dalla vegetazione, più dell’incantevole vista delle isole Borromee, circondate dall’azzurro. Preferivo il ramarro al cigno reale che nidificava nei canneti!
Il fiume indugiava nell’impantanarsi, come a non voler dire di aver terminato il suo percorso. Le cicogne cercavano un rifugio o il pesce a fior d’acqua.

Si rovesciò la barca, che ripescò l’orrore con il ricordo di simili ritrovamenti, tanti anni prima, lungo le opposte sponde: quei poveri resti ebbero la forza di capovolgerla, come un mostro lacustre.
Gli uomini a riva provarono un brivido, già sentito sulla pelle e non proferivano parola quando giunsi: i loro genitori avevano raccontato gli eccidi degli Ebrei sfollati a Meina, a Baveno e Stresa, avevano ricordato che dalle acque del lago riemergevano i corpi straziati nel settembre 1943, qualcuno degli uomini a riva era nato proprio in quell’anno.
Lo avevano raccontato, però, come si parla ai bambini di orchi, malefici, sembravano favole non verità. Una favola non ha tempo e per questo sembrò loro che la stessero vivendo in quel momento, un altro giorno di settembre, ma del 2018.

Questo, però, lo seppi dopo, quando risposero alla mia curiosità di ospite di un luogo in cui pensavo di trovare quasi solo natura, svago e non la Storia a fior di pelle, a fior d’acqua.
Non c’era bisogno di pastura e di aspettare per pescare ricordi, vicende che sembravano più attuali della cronaca dei telegiornali, dei commenti sui blog. Erano atterriti, ma in un modo particolare, che non avevo mai osservato nei testimoni oculari.
Credevano di ricordare, tanto da essere certi di ogni particolare, ma avevano solo sentito descrivere.
Pensavano a più di settanta anni prima e non vedevano l’orrore presente. Non provavano pietà per quei resti martoriati, l’avevano esaurita tutta e non si rinnovava, perché si riproponeva per lo stesso orrore, la stessa vergognosa impotenza di fronte al delitto.
Il Male, invece, assume tante forme, Proteo dalle mille figure, proprio così non si lascia combattere fin dall’inizio, perché in mente, nell’anima e nel cuore abbiamo i ricordi di altro dolore, di altre colpe crediamo esistano solo quelli.
Tante volte mi era successo di sperimentare apatia, assenza di emozioni nei testimoni: non era indifferenza simulata per paura o interesse personale, ma vera mancanza di coinvolgimento, di reazioni. Quegli uomini sulla settantina, invece, erano così saturi di violenze del passato che non riuscivano più ad assorbire una goccia di sofferenza. Ho letto qualcosa sul trauma “transgenerazionale”, si cerca di curarlo quando è molto evidente, ma in quelle persone si era trasformato in coscienza, non era più qualcosa di isolabile, era parte della loro identità come poi avrei capito.

Le barche, in quella zona del lago, all’inizio della riserva naturale di Fondotoce (la più bella per me per tutto il tempo che soggiornai a Verbania, proprio per la sua posizione dimessa, nascosta), erano assicurate con argani ad una sponda avara di sostegno, ma sapevano non scivolare nella palude. Forse anche quegli uomini, di cui poi conobbi i nomi e le storie, riuscivano a non scivolare nella costernazione per il presente. Per me, in quel momento, erano barcaioli, non pensionati che si ritrovavano a cercare il pesce persico, la golosità e la rarità ittica del luogo.

Anche io avevo scelto la mia professione per indagare su delitti politici, di mafia, di terrorismo, di intrighi finanziari, raffinati pesci persici per commissari!
Mi trovavo in un limbo, con un procedimento disciplinare in corso e un’indagine chiusa per gli altri e non per me. Avevo voluto prendermi una pausa riposante su quelle sponde salubri, per dimenticare il caso di Marta, proprio perché dietro alle sbarre c’era colui che credevo innocente, ma era l’unico possibile colpevole. Non riuscivo a darmi pace.
Ecco quello non era il pesce persico che avrei voluto: Marta mi aveva coinvolto e lo aveva fatto senza che la conoscessi in vita. Stava diventando il mio mondo parallelo!
Tanto mi ero immedesimato, che avevo avuto bisogno di un periodo di ferie, cosa che non mi ero mai concesso arbitrariamente.

La sorte sembrava accanirsi con me. Anche se l’indagine non sarebbe stata certo di mia competenza, mi toccava infinitamente l’orrore e fui subito certo che avrei chiesto di collaborare come testimone del ritrovamento.

Intanto la luce si faceva più intensa e spietata su quei resti, mentre tutto attorno sembrava incantato, le sponde opposte del lago un approdo sicuro, persino a nuoto. Tra le alghe spiccava il verde del corpo decomposto da giorni, corpo, non cadavere, perché non c’era la testa e non c’erano il braccio destro, né la mano sinistra, forse per impedire di rintracciare le impronte digitali, oppure solo per macabro rito, odio spietato.
Di chi fosse quella parte di corpo non si poteva ancora sapere, ma mi vennero in mente lo strazio delle membra dissotterrate e disperse di Manfredi, i versi di Dante, la compassione divina, infinita come la crudeltà tra gli uomini.

Poesia

L' aveva già baciata
con lo sguardo

Non c’erano dubbi

Lei non riusciva
più a pensare
Come se dovesse
avvicinarsi
per aiutarla
a portare qualcosa
di pesante
come se per caso
dovesse prendere
qualcosa
proprio alle spalle
di lei
come se
non dovesse
baciarla
davvero


Quel bacio
come un ponte tibetano
sospeso tra
mai più
e
per sempre
L' importante è
non guardare
di sotto







Soste poetiche

Sosta I
Fermata: La poesia è un modo di amare il mondo


La poesia è un modo di amare il mondo, anche quando si è disperati, di sogguardarlo, ridisegnarlo…l’unica possibilità di essere felici anche nell’estrema infelicità. L’infelicità non è disperazione, come la gioia non è felicità. La disperazione è non riuscire a scrivere, a comporre, a dare forma ed espressione sia all’infelicità che alla felicità o anche solo alla loro ipotesi… ma qui si entra a parlare di Amore e la poesia è sempre la storia d’amore per la vita, per qualcuno, storia di amore per la poesia stessa, degli altri come della tua.
Con la poesia non si è mai soli, ma non perché pensi di pubblicarla, ma perché anche se nessuno ti giudicherà mai un poeta, tu sei con i poeti che hai amato, loro sì che capirebbero e sentirebbero che hai dentro quell’ardore e se il tuo legno non arde, (non hai quelle doti che sono un dono divino) il tuo fuoco lo sentirebbero lo stesso! Loro ti capirebbero e non ti farebbero pesare che loro sono i grandi poeti, i grandi scrittori e tu...no. Avrebbero rispetto per la tua opera, non sarebbero né i critici letterari e neanche chi hai vicino tutti giorni e ti tollera… forse solo perché lo crede un passatempo senza costi, una follia tollerabile.
Follia?
Vi confesso una mia follia fin dai tempi del liceo e che mi è durata fino a che… non mi sono innamorata davvero e ho capito di non essermi innamorata mai… il mio tormento fin dai tempi del liceo era di pensare che se Leopardi mi avesse conosciuta non si sarebbe innamorato di me… non sapevo cantare come Silvia, non ero spensierata come lei, solo nutrivo una devozione, un vero amore per lui! Ora penso che almeno tenerezza gli avrei fatto e che certo non avrebbe riso né del mio amore né della mia ostinazione a vivere per la poesia, per la scrittura...avrebbe sentito il fuoco e non lo avrebbe minimizzato solo chiedendomi… quante copie vendono le tue raccolte e quale editore le pubblica?
Il mio paradiso, se ce ne fosse uno, sarebbe con tutti i poeti e scrittori, dall’antichità a oggi, quelli che conoscono, ma certamente tutti quelli che non conosco di tutte le letterature e di tutti i tempi… tranquilli, c’è l’eternità! Ecco a cosa servirebbe: a leggere tutte le opere, a parlarne con tutti gli scrittori e a comporne altre… per l’eternità!
Prima il mio era un paradiso senza immagini e senza suoni… ora lo penso anche con immagini di pittori, con statue di scultori, anche con la musica, ma non devota! Certo poi l’amore, come diceva già il poeta della corte di Federico II, che non sarebbe andato mai in paradiso senza la sua donna, non per fare peccato, ma per vederla nella gloria di Dio… non andrei mai senza il mio uomo… solo che il nostro paradiso è molto laico, non vogliamo stare nella gloria di Dio, ma di tutti gli uomini, di tutti gli artisti e poeti che hanno creato e non ci hanno messo sei giorni! Se poi fossero all’inferno, con le loro vite sregolate… allora credo che andremmo lì...
La poesia qui non si accompagna alla musica, ma al segno grafico di un artista (Roberto Sironi) che ha sempre scritto testi per le sue canzoni, sintesi massima una storia in pochi minuti. Qui disegna. Segni da decifrare le lettere, ma anche i disegni, senza suoni, di chi la musica ce l’ha nell’anima.
Nel silenzio, senza melodie, senza altri sensi se non la vista… l’udito è inutile, come inutili l’olfatto, il tatto, il gusto, solo la vista è coinvolta. Come nell’amore, la vista è l’organo dei sensi che fa nascere la passione, che mantiene il ricordo anche quando le parole udite non sono che un’eco distorta.
La poesia qui è alla ricerca di immagini, solo scrittura e anche i disegni sono scrittura.
C’è bisogno di silenzio per capire se stessi e la poesia è un modo per creare quel silenzio.
La prosa è rumore, la poesia è silenzio! Il ronzio di un alveare: così possono sembrare i pensieri che si fanno poesia, che, anzi, cercano di esserlo.

La poesia è creazione, nella sua etimologia c’è il significato del verbo “fare”, non così nella musica, nella pittura, nella scultura… eppure tutte le arti sono creazione e alle Nove Muse se ne sono ben aggiunte altre nel corso dei millenni!
Eppure solo la poesia rimanda a quel fare che è diverso da ogni altro fare, un’azione che irrompe nel mondo, ma non è performance, è un fare intimo, ma scagliato verso l’esterno, anche se l’esterno sono gli altri, a cui forse mai arriverà quel gesto, perché sono altri ben difesi, corazzati, oppure in fuga.
Gli “altri” (lettori, ascoltatori, editori o librai, studenti o insegnanti) sono sempre fuori posto di fronte al gesto poetico, sono quasi l’ostacolo che il poeta deve superare, li attende e li teme, rimarranno sempre … gli altri!
Le soste poetiche a volte sono delle pause che il lettore si prende nella vita, ma l’autore trova che sia una pausa tutto il resto della sua vita in cui non compone versi.
La poesia per il poeta è la sua continuità… la vita di tutti i giorni, forse anche il gesto materiale, (scrivere su carta, al pc…) una pausa dalla poesia che ha dentro. Anche l’atto di scrivere può sembrare uno scendere a patti con la realtà condivisa, pensare e sentire dentro la poesia viene prima, è ossessione dolce. Scrivere su carta, con uno strumento come la macchina da scrivere e ora il pc… è già tenere conto che si ha bisogno di quel mondo concreto per dare vita al proprio, è già a volte sentirsi in debito, forse fino al punto di sentirsi ridicoli, bisognosi per l’atto di scriverla, mentre si ha la certezza che potrebbero toglierti tutto, ma proprio tutto e si continuerebbe a pensare a lei, alla poesia che si ha nella mente, nel cuore, sulla pelle, nelle ossa… come l’amore, quando è quello vero, nessuno lo lo può togliere, neanche l’amato che lascia, lo si ama ugualmente, ancora, per sempre e non c’è giuramento!
Ecco con la poesia è così, completamente discontinua rispetto a tutto il resto del mondo concreto, quotidiano eppure bisognosa (per uscire dalla testa, dal cuore), di quel mondo che la umilia o la ostacola o blandisce, comunque la impegna altrove. Il filosofo napoletano Tommaso Campanella scrisse meravigliose poesie negli anni della prigionia in cui la stessa Inquisizione, che aveva condannato al rogo Giordano Bruno, rinchiuso nella sua stessa cella, gli impediva anche di scrivere… e lui scrisse di filosofia e poesie in segreto e riusciva a farle pubblicare all’estero… Gli avevano tolto tutto, credevano...poi ci sono esempi più vicini a noi di poeti maledetti… dalla società, dai familiari rinchiusi quando i manicomi esistevano ancora per la tranquillità dei borghesi di mente. Questo solo per dire che non tutti sono fortunati da essere celebri e osannati, anche se non fossero bravi, virtuosi degni di essere letti a scuola e nelle università questi poeti vivono di poesia e per questo lo sono… non fanno altro da quando hanno avuto la padronanza della lingua, forse della loro vita quella di tutti i giorni non l’avranno mai… questa stessa padronanza!

Spesso capita di fermarsi per troppo tempo, anzi di non ripartire più.
A volte capita di non ricordarsi più di essere poeti… di smettere di fare l’unica cosa per cui si è nati… non importa che non lo sappia nessuno, il poeta lo sa e non può mentire a se stesso.
La poesia non mente mai anche se racconta di esseri incredibili.
Per un poeta la vita reale è incredibile nel suo essere l’unica cosa a cui deve prestare tutta la propria fede per affermare che sia importante.
Il poeta semplicemente fa… solo se quello che fa lui non lo poteva fare nessun altro, a quello che lui pensa… nessuno ci poteva arrivare, quello che sogna per altri può essere un incubo o non dare dolcezze…

Quando gli dicono… “belle… ma non si capiscono”… ecco lui o lei non saranno mai capiti neanche nella vita reale! Di questo ho le prove e non sono nelle antologie. Le ho addosso queste prove!