L'uomo della palude
Parte prima
L'ultimo canneto
I
Il
fiume Toce sembrava addormentarsi, lasciarsi abbracciare dal verde e
dal colore ocra della vegetazione acquatica, quasi una sopraggiunta
pigrizia gli impedisse di scorrere veloce verso la sua fine, il lago.
Anche
io mi sentivo invaso da pensieri e ricordi, che forse abbellivano una
sponda della mia coscienza e della mia memoria, ma non mi
permettevano di vedere oltre. Percepivo un ostacolo, una resistenza
di materiale consistenza. Il mondo esiste fuori, ma anche dentro,
come irriducibile a noi e alle nostre manipolazioni. Gli altri hanno
agito: non capiamo perché, ma lo hanno fatto ugualmente. Potevo
credere innocente il mio indagato, eppure lo avevano arrestato! Ero
costretto a vederlo in prigione.
La
realtà e i pensieri altrui non sono plastici: ci stavo sbattendo
contro, mi facevano male, mi ferivano, io stesso non rimbalzavo, ma
cadevo a terra, stupito come un bambino ai primi passi e avevo già
più di cinquant’anni! Anche chi non mi riconosceva subito come un
ispettore di polizia doveva rassegnarsi ai miei interrogatori, allo
stesso modo ero costretto ad accettare le prove, i risultati della
scientifica, il riscontro negativo dell’alibi di colui che avevo
continuavo a ritenere innocente. Avevo dovuto guardare il cadavere
della vittima e non la descrizione che mi veniva fatta di una donna
viva, di Marta.
Come
il Toce, indugiavo a gettarmi nel lago dei miei acquosi pensieri, mi
lasciavo fermare dai canneti delle mie ipotesi, per non scorrere alla
conclusione per me inaccettabile. Il giorno precedente ero rimasto
affascinato da quello scorcio di paesaggio e con disappunto non avevo
potuto ammirarlo: era pieno pomeriggio, il traffico mi avrebbe
distratto, non sapevo dove parcheggiare.
Avevo
deciso così di attendere l’alba attraverso la riserva naturale,
intravedendo la sponda opposta del lago in una mattina di settembre,
appena ventilata: da quel punto le acque sembravano uno sfondo, oltre
i canneti, i salici, le felci.
Non
m’intendevo di botanica, ma il lago me ne avrebbe fatto nascere la
passione, avrei amato il popolo di uccelli migranti che sostavano
nella riserva, anche io migrante, come loro, volevo riprendere le
forze e ripartire per un lungo viaggio.
Avrei
riconosciuto l’airone cinerino e cercato di fermarne il volo con le
mie foto al cellulare.
Meno
mi avrebbero attirato i numerosi insetti, che anzi temevo più delle
predatrici volpi, faine e donnole. Avrei anche baciato una rana verde
o un tritone crestato nella speranza di stringere tra le braccia una
principessa che non fuggisse di fronte alle mie malinconie!
Ero
sicuro di voler iniziare a guardare fuori di me, a concentrarmi sulle
cose, sui luoghi, sulle persone vive, sugli animali; purtroppo dovevo
tornare a guardare i corpi delle vittime, gli occhi dei colpevoli, ma
non avevo certo pensato di farlo così presto come invece accadde.
Ecco
un altro urto con la realtà che divergeva dalle mie intenzioni, dai
propositi di una vacanza rilassante. Avrei dovuto lasciarmi guidare
dagli avvenimenti io che mi aggrappavo alla formula fissa,
“atteniamoci ai fatti”! Non ero mai riuscito a pronunciarla come
i miei colleghi, senza soppesare le parole, per convincermene, per
mettere fine alle divagazioni, ad alibi mal costruiti, a reticenti
racconti, divagazioni usate come espediente per non rispondere.
Ero
molto più interessato alle mezze verità, la faccia nascosta della
luna, che alla luce delle prove oggettive a cui dovevo attenermi:
così mi soggiogava la vista del fiume e del lago, quando si
confondeva coperto dalla vegetazione, più dell’incantevole vista
delle isole Borromee, circondate dall’azzurro. Preferivo il ramarro
al cigno reale che nidificava nei canneti!
Il
fiume indugiava nell’impantanarsi, come a non voler dire di aver
terminato il suo percorso. Le cicogne cercavano un rifugio o il pesce
a fior d’acqua.
Si
rovesciò la barca, che ripescò l’orrore con il ricordo di simili
ritrovamenti, tanti anni prima, lungo le opposte sponde: quei poveri
resti ebbero la forza di capovolgerla, come un mostro lacustre.
Gli
uomini a riva provarono un brivido, già sentito sulla pelle e non
proferivano parola quando giunsi: i loro genitori avevano raccontato
gli eccidi degli Ebrei sfollati a Meina, a Baveno e Stresa, avevano
ricordato che dalle acque del lago riemergevano i corpi straziati nel
settembre 1943, qualcuno degli uomini a riva era nato proprio in
quell’anno.
Lo
avevano raccontato, però, come si parla ai bambini di orchi,
malefici, sembravano favole non verità. Una favola non ha tempo e
per questo sembrò loro che la stessero vivendo in quel momento, un
altro giorno di settembre, ma del 2018.
Questo,
però, lo seppi dopo, quando risposero alla mia curiosità di ospite
di un luogo in cui pensavo di trovare quasi solo natura, svago e non
la Storia a fior di pelle, a fior d’acqua.
Non
c’era bisogno di pastura e di aspettare per pescare ricordi,
vicende che sembravano più attuali della cronaca dei telegiornali,
dei commenti sui blog. Erano atterriti, ma in un modo particolare,
che non avevo mai osservato nei testimoni oculari.
Credevano
di ricordare, tanto da essere certi di ogni particolare, ma avevano
solo sentito descrivere.
Pensavano
a più di settanta anni prima e non vedevano l’orrore presente. Non
provavano pietà per quei resti martoriati, l’avevano esaurita
tutta e non si rinnovava, perché si riproponeva per lo stesso
orrore, la stessa vergognosa impotenza di fronte al delitto.
Il
Male, invece, assume tante forme, Proteo dalle mille figure, proprio
così non si lascia combattere fin dall’inizio, perché in mente,
nell’anima e nel cuore abbiamo i ricordi di altro dolore, di altre
colpe crediamo esistano solo quelli.
Tante
volte mi era successo di sperimentare apatia, assenza di emozioni nei
testimoni: non era indifferenza simulata per paura o interesse
personale, ma vera mancanza di coinvolgimento, di reazioni. Quegli
uomini sulla settantina, invece, erano così saturi di violenze del
passato che non riuscivano più ad assorbire una goccia di
sofferenza. Ho letto qualcosa sul trauma “transgenerazionale”, si
cerca di curarlo quando è molto evidente, ma in quelle persone si
era trasformato in coscienza, non era più qualcosa di isolabile, era
parte della loro identità come poi avrei capito.
Le
barche, in quella zona del lago, all’inizio della riserva naturale
di Fondotoce (la più bella per me per tutto il tempo che soggiornai
a Verbania, proprio per la sua posizione dimessa, nascosta), erano
assicurate con argani ad una sponda avara di sostegno, ma sapevano
non scivolare nella palude. Forse anche quegli uomini, di cui poi
conobbi i nomi e le storie, riuscivano a non scivolare nella
costernazione per il presente. Per me, in quel momento, erano
barcaioli, non pensionati che si ritrovavano a cercare il pesce
persico, la golosità e la rarità ittica del luogo.
Anche
io avevo scelto la mia professione per indagare su delitti politici,
di mafia, di terrorismo, di intrighi finanziari, raffinati pesci
persici per commissari!
Mi
trovavo in un limbo, con un procedimento disciplinare in corso e
un’indagine chiusa per gli altri e non per me. Avevo voluto
prendermi una pausa riposante su quelle sponde salubri, per
dimenticare il caso di Marta, proprio perché dietro alle sbarre
c’era colui che credevo innocente, ma era l’unico possibile
colpevole. Non riuscivo a darmi pace.
Ecco
quello non era il pesce persico che avrei voluto: Marta mi aveva
coinvolto e lo aveva fatto senza che la conoscessi in vita. Stava
diventando il mio mondo parallelo!
Tanto
mi ero immedesimato, che avevo avuto bisogno di un periodo di ferie,
cosa che non mi ero mai concesso arbitrariamente.
La
sorte sembrava accanirsi con me. Anche se l’indagine non sarebbe
stata certo di mia competenza, mi toccava infinitamente l’orrore e
fui subito certo che avrei chiesto di collaborare come testimone del
ritrovamento.
Intanto
la luce si faceva più intensa e spietata su quei resti, mentre tutto
attorno sembrava incantato, le sponde opposte del lago un approdo
sicuro, persino a nuoto. Tra le alghe spiccava il verde del corpo
decomposto da giorni, corpo, non cadavere, perché non c’era
la testa e non c’erano il braccio destro, né la mano sinistra,
forse per impedire di rintracciare le impronte digitali, oppure solo
per macabro rito, odio spietato.
Di
chi fosse quella parte di corpo non si poteva ancora sapere, ma mi
vennero in mente lo strazio delle membra dissotterrate e disperse di
Manfredi, i versi di Dante, la compassione divina, infinita come
la crudeltà tra gli uomini.
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