martedì 18 febbraio 2020

Estratti di romanzi ancora inediti

L'uomo della palude
Parte prima 
L'ultimo canneto
I

Il fiume Toce sembrava addormentarsi, lasciarsi abbracciare dal verde e dal colore ocra della vegetazione acquatica, quasi una sopraggiunta pigrizia gli impedisse di scorrere veloce verso la sua fine, il lago.
Anche io mi sentivo invaso da pensieri e ricordi, che forse abbellivano una sponda della mia coscienza e della mia memoria, ma non mi permettevano di vedere oltre. Percepivo un ostacolo, una resistenza di materiale consistenza. Il mondo esiste fuori, ma anche dentro, come irriducibile a noi e alle nostre manipolazioni. Gli altri hanno agito: non capiamo perché, ma lo hanno fatto ugualmente. Potevo credere innocente il mio indagato, eppure lo avevano arrestato! Ero costretto a vederlo in prigione.
La realtà e i pensieri altrui non sono plastici: ci stavo sbattendo contro, mi facevano male, mi ferivano, io stesso non rimbalzavo, ma cadevo a terra, stupito come un bambino ai primi passi e avevo già più di cinquant’anni! Anche chi non mi riconosceva subito come un ispettore di polizia doveva rassegnarsi ai miei interrogatori, allo stesso modo ero costretto ad accettare le prove, i risultati della scientifica, il riscontro negativo dell’alibi di colui che avevo continuavo a ritenere innocente. Avevo dovuto guardare il cadavere della vittima e non la descrizione che mi veniva fatta di una donna viva, di Marta.
Come il Toce, indugiavo a gettarmi nel lago dei miei acquosi pensieri, mi lasciavo fermare dai canneti delle mie ipotesi, per non scorrere alla conclusione per me inaccettabile. Il giorno precedente ero rimasto affascinato da quello scorcio di paesaggio e con disappunto non avevo potuto ammirarlo: era pieno pomeriggio, il traffico mi avrebbe distratto, non sapevo dove parcheggiare.
Avevo deciso così di attendere l’alba attraverso la riserva naturale, intravedendo la sponda opposta del lago in una mattina di settembre, appena ventilata: da quel punto le acque sembravano uno sfondo, oltre i canneti, i salici, le felci.
Non m’intendevo di botanica, ma il lago me ne avrebbe fatto nascere la passione, avrei amato il popolo di uccelli migranti che sostavano nella riserva, anche io migrante, come loro, volevo riprendere le forze e ripartire per un lungo viaggio.
Avrei riconosciuto l’airone cinerino e cercato di fermarne il volo con le mie foto al cellulare.
Meno mi avrebbero attirato i numerosi insetti, che anzi temevo più delle predatrici volpi, faine e donnole. Avrei anche baciato una rana verde o un tritone crestato nella speranza di stringere tra le braccia una principessa che non fuggisse di fronte alle mie malinconie!


Ero sicuro di voler iniziare a guardare fuori di me, a concentrarmi sulle cose, sui luoghi, sulle persone vive, sugli animali; purtroppo dovevo tornare a guardare i corpi delle vittime, gli occhi dei colpevoli, ma non avevo certo pensato di farlo così presto come invece accadde.

Ecco un altro urto con la realtà che divergeva dalle mie intenzioni, dai propositi di una vacanza rilassante. Avrei dovuto lasciarmi guidare dagli avvenimenti io che mi aggrappavo alla formula fissa, “atteniamoci ai fatti”! Non ero mai riuscito a pronunciarla come i miei colleghi, senza soppesare le parole, per convincermene, per mettere fine alle divagazioni, ad alibi mal costruiti, a reticenti racconti, divagazioni usate come espediente per non rispondere.
Ero molto più interessato alle mezze verità, la faccia nascosta della luna, che alla luce delle prove oggettive a cui dovevo attenermi: così mi soggiogava la vista del fiume e del lago, quando si confondeva coperto dalla vegetazione, più dell’incantevole vista delle isole Borromee, circondate dall’azzurro. Preferivo il ramarro al cigno reale che nidificava nei canneti!
Il fiume indugiava nell’impantanarsi, come a non voler dire di aver terminato il suo percorso. Le cicogne cercavano un rifugio o il pesce a fior d’acqua.

Si rovesciò la barca, che ripescò l’orrore con il ricordo di simili ritrovamenti, tanti anni prima, lungo le opposte sponde: quei poveri resti ebbero la forza di capovolgerla, come un mostro lacustre.
Gli uomini a riva provarono un brivido, già sentito sulla pelle e non proferivano parola quando giunsi: i loro genitori avevano raccontato gli eccidi degli Ebrei sfollati a Meina, a Baveno e Stresa, avevano ricordato che dalle acque del lago riemergevano i corpi straziati nel settembre 1943, qualcuno degli uomini a riva era nato proprio in quell’anno.
Lo avevano raccontato, però, come si parla ai bambini di orchi, malefici, sembravano favole non verità. Una favola non ha tempo e per questo sembrò loro che la stessero vivendo in quel momento, un altro giorno di settembre, ma del 2018.

Questo, però, lo seppi dopo, quando risposero alla mia curiosità di ospite di un luogo in cui pensavo di trovare quasi solo natura, svago e non la Storia a fior di pelle, a fior d’acqua.
Non c’era bisogno di pastura e di aspettare per pescare ricordi, vicende che sembravano più attuali della cronaca dei telegiornali, dei commenti sui blog. Erano atterriti, ma in un modo particolare, che non avevo mai osservato nei testimoni oculari.
Credevano di ricordare, tanto da essere certi di ogni particolare, ma avevano solo sentito descrivere.
Pensavano a più di settanta anni prima e non vedevano l’orrore presente. Non provavano pietà per quei resti martoriati, l’avevano esaurita tutta e non si rinnovava, perché si riproponeva per lo stesso orrore, la stessa vergognosa impotenza di fronte al delitto.
Il Male, invece, assume tante forme, Proteo dalle mille figure, proprio così non si lascia combattere fin dall’inizio, perché in mente, nell’anima e nel cuore abbiamo i ricordi di altro dolore, di altre colpe crediamo esistano solo quelli.
Tante volte mi era successo di sperimentare apatia, assenza di emozioni nei testimoni: non era indifferenza simulata per paura o interesse personale, ma vera mancanza di coinvolgimento, di reazioni. Quegli uomini sulla settantina, invece, erano così saturi di violenze del passato che non riuscivano più ad assorbire una goccia di sofferenza. Ho letto qualcosa sul trauma “transgenerazionale”, si cerca di curarlo quando è molto evidente, ma in quelle persone si era trasformato in coscienza, non era più qualcosa di isolabile, era parte della loro identità come poi avrei capito.

Le barche, in quella zona del lago, all’inizio della riserva naturale di Fondotoce (la più bella per me per tutto il tempo che soggiornai a Verbania, proprio per la sua posizione dimessa, nascosta), erano assicurate con argani ad una sponda avara di sostegno, ma sapevano non scivolare nella palude. Forse anche quegli uomini, di cui poi conobbi i nomi e le storie, riuscivano a non scivolare nella costernazione per il presente. Per me, in quel momento, erano barcaioli, non pensionati che si ritrovavano a cercare il pesce persico, la golosità e la rarità ittica del luogo.

Anche io avevo scelto la mia professione per indagare su delitti politici, di mafia, di terrorismo, di intrighi finanziari, raffinati pesci persici per commissari!
Mi trovavo in un limbo, con un procedimento disciplinare in corso e un’indagine chiusa per gli altri e non per me. Avevo voluto prendermi una pausa riposante su quelle sponde salubri, per dimenticare il caso di Marta, proprio perché dietro alle sbarre c’era colui che credevo innocente, ma era l’unico possibile colpevole. Non riuscivo a darmi pace.
Ecco quello non era il pesce persico che avrei voluto: Marta mi aveva coinvolto e lo aveva fatto senza che la conoscessi in vita. Stava diventando il mio mondo parallelo!
Tanto mi ero immedesimato, che avevo avuto bisogno di un periodo di ferie, cosa che non mi ero mai concesso arbitrariamente.

La sorte sembrava accanirsi con me. Anche se l’indagine non sarebbe stata certo di mia competenza, mi toccava infinitamente l’orrore e fui subito certo che avrei chiesto di collaborare come testimone del ritrovamento.

Intanto la luce si faceva più intensa e spietata su quei resti, mentre tutto attorno sembrava incantato, le sponde opposte del lago un approdo sicuro, persino a nuoto. Tra le alghe spiccava il verde del corpo decomposto da giorni, corpo, non cadavere, perché non c’era la testa e non c’erano il braccio destro, né la mano sinistra, forse per impedire di rintracciare le impronte digitali, oppure solo per macabro rito, odio spietato.
Di chi fosse quella parte di corpo non si poteva ancora sapere, ma mi vennero in mente lo strazio delle membra dissotterrate e disperse di Manfredi, i versi di Dante, la compassione divina, infinita come la crudeltà tra gli uomini.

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