Cosa gli sia successo, non vuole dirlo.
Non ce n'è bisogno: La lucida spatola di acciaio deride il suo manico, di plastica nera, accartocciato su se stesso...
Addirittura la fusione accanto al fuoco lo ha scavato come un tronco d'albero.
Se lo guardo, appoggiando la spatola, come se fosse il suo piedistallo, sembra il grido mi Munch... in una testa di ciclope, il solo occhio ( il foro che potrebbe essere utilizzato per appenderlo) che vedo solo ora... Non è un occhio ma una cavità da parte a parte, Sotto quella bocca, enorme che sembra arrivare fino allo stomaco.... ecco altre scanalature, orizzontali, quasi parallele, come le pieghe di una gonna, sfilata e lasciata per terra ad accartocciarsi su se stessa.
Il nero è ormai sbiadito, quasi un grigio...
Lo rigiro e sulla schiena...altre frustrate evidenti, ferite parallele....
Non lo getterò mai via!
Lo impugno... ed è più ergonomico, le dita hanno una presa più sicura.
Come quella che sono... diventata, con tante scottature, ustioni, abrasioni, scavi di ricordi come fuoco che scioglieva.
Sono io.. che l'ho trattato così, abbandonato per distrazione accanto al fuoco, alla pentola che lo ha inciso con il suo calore...
Sono io che mi sono trattata così.
Però ora posso "impugnare" meglio la mia vita.
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