Ho iniziato a riflettere sull'uso, sull'abuso del termine "resiliente": ha una mente e una sensibilità...dispettosa, sospettosa. Quando un termine diventa uno slogan pubblicitario mi infastidisce.
Così la capacità di sopportare urti, di assorbire i colpi...che può essere una caratteristica dei materiali che utilizzano ingegneri edili, architetti, interessante per la natura chimica e fisica dei materiali, che sia utilizzato in ambito morale, psicologico, esistenziale non mi stupisce- come ho già scritto il termine "conatus" sforzo, resistenza agli urti esterni, dalla Fisica del '600 passò tramite il filosofo B. Spinoza niente meno che alla sua "Ethica more geometrico demonstrata", facendone un essenziale elemento interpretativo di Gioia e Dolore, quindi di "necessario" Amore/Odio per ciò che potenzia o indebolisce il nostro essere, dal momento che tutti gli esseri si sforzano "conantur" non solo a permanere nel proprio essere, come autoconservazione fisica, psicologica, esistenziale, ma a potenziarlo. Provano dolore ad essere frenati, bloccati in questo sforzo e provano gioia ad essere aiutati dalla causa esterna a provare Gioia. Amare la causa esterna della gioia e odiale quella del dolore è necessario, ma in realtà questa necessità non è altro che libertà- termine che Spinoza non utilizza e non vuole utilizzare, ma per lui siamo liberi quando seguiamo la necessaria nostra natura e capiamo sia chi siamo noi che ciò che è la causa esterna di gioia e dolore. Lo capiamo intellettualmente e per lui anche con il terzo genere di conoscenza intuitiva, ricordando che non è un mistico, perché il Dio a cui fa riferimento è un "Deus sive Natura", Natura Naturans e Natura Naturata". Non per nulla la Spinoza renessance (come la Bruno Renessance) avvenne nel Romanticismo, con Schelling e la sua Filosofia dell'Identità, con Nietzsche!).
Dopo l'incursione nell'Etica di Spinoza, nel '700 il termine "conatus" fu ripreso da G. Vico, nella sua Scienza Nuova (1725, 1730, 1744): ecco che il concetto si amplia ai corsi e ai ricorsi che fanno le Nazioni, allo sforzo di perseverare nel loro essere.
In base a questo concetto... "Amor ch'a nullo amato amar perdona" sarebbe da integrare: non è vero che basta amare una persona perché questa sia, come Francesca nei confronti di Paolo, costretta a riamare, assolvendosi in quel caso da qualunque colpa, in realtà non pentendosi di una colpa, la lussuria, oltre tutto consumata con il cognato, il fratello del proprio marito.
Amor ch'a nullo amato amar perdona... se l'altro che ama per primo rende felice chi ama, anche prima di esserne riamato, diventa causa esterna - conoscibile conosciuta- di piacere, gioia e felicità!
A quel punto- potrebbe dire Spinoza allo stesso Dante, ai poeti del Dolce stil novo... a Petrarca e a tutti i cantori e cultori di amori di "anime nobili ossia suori gentili..."solo se prova piacere e felicità l'amato è costretto per il proprio "conatus" sforzo di accrescere il proprio essere, a rimare.
Francesca doveva essere felice, provare gioia per essere costretta a riamare Paolo, non bastava che lui l'amasse...!
Particolare che proprio un'anima dell'inferno... non perdonata dal suo Dio, non pentita, parli di "perdono", come inflessibilità di un altro dio, il dio Amore, in realtà di quella natura - che è comunque divina come natura naturata, secondo Spinoza, inflessibilità a "non perdonare" chi è amato, nel non permettergli di ri-amare il proprio amante, prima in senso sentimentale e poi certo in senso fisico e passionale.
Questa necessità della natura naturata... ad amare chi e cosa dà felicità, quindi potenzia il suo essere, in tutti i sensi.
Quindi nessun amore tormentato, amori umilianti, di uomini o donne succubi dell'altro, asservite ad un sentimento che a volte porta ancora ad omicidi, violenze psicologiche e fisiche, annullamento della personalità.
Non sto aprlando di femminicidi in particolare, come quello di Francesca o di Pia dei Tolomei di dantesca memoria... ma di qualunque violenza- fisica, verbale, psicologica, economica- su un individuo nei confronti di un altro, senza misoginia, maschilismi, femminismi, preconcetti.
Chi crea dolore - in modo gratuito, compiaciuto del proprio potere su un'altra persona, sia uomo o donna... all'anagrafe questo sì è da mandare all'inferno subito, a parole certo, allontanare dalla propria vita, perché non è possibile amare chi ci deprime, comprime, fino ad annullare a volte quell'essere che invece si sforza(conatur) verso il potenziamento di sè.
Il segnale, che troppo spesso dimentichiamo e una tradizione anche letteraria e filosofica, di amori tormentati... ci ha diseducati a cogliere: amate chi vi rende felice, non siate succubi di chi vi rende infelici (al di là del ruolo: padri o madri, figli o mariti, mogli, compagni/e, fratelli e sorelle amici....colleghi di lavoro....).
Si ama chi è causa di felicità.... si odia chi è causa di dolore!
Quando si usa la parola amore, passione, innamoramento per chi invece crea dolore... c'è qualcosa di sbagliato, filosoficamente, esistenzialmente, emotivamente!
Non si deve essere resilienti... si deve saper dire basta al dolore e accoglienti verso chi in vari modi e con vari situazioni affettive ci dà gioia nella nostra vita.
So che vi sembra troppo filosofico... ma in realtà è solo esperienza di vita... "more philosophico demostrata"! Accetti Spinoza la citazione!
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